La psicologia dello sport

La psicologia dello sport

“Vincere non è un episodio sporadico,
è una cosa di sempre.
Non vinci una volta ogni tanto,
non fai bene le cose una volta ogni tanto,
le fai bene sempre.
Vincere è un'abitudine.
Sfortunatamente lo è anche perdere.”

Vince Lombardi


Tutti parlano dell'importanza della psicologia dello sport nella preparazione mentale, nella motivazione dell'atleta, nella gestione dello stress durante la performance sportiva, ma poi in quanti, atleti, allenatori, preparatori atletici, società sportive, investono concretamente in tale direzione?

Già Aristotele affermava “Siamo quello che facciamo ripetutamente. L'eccellenza non è dunque un atto, ma un'abitudine”. Questa frase sottolinea in maniera sintetica e puntuale il funzionamento del nostro corpo e della nostra mente. Infatti, come il corpo va allenato con metodologie adeguate all'obiettivo da raggiungere, così la mente va abituata ad affrontare precisi stressor, tipici dello sport eseguito.

Per essere più chiari, se un maratoneta facesse una preparazione fisica per migliorare la potenza, piuttosto che farne una specifica per la resistenza, non otterrebbe grandi risultati durante le competizioni podistiche. Parallelamente, lo stesso maratoneta deve “allenare la sua mente” e il suo pensiero a uno sforzo prolungato nel tempo, quindi a dosare le forze per riuscire ad arrivare al traguardo.

Al contrario, un atleta di sollevamento pesi, disciplina in cui il gesto atletico ha una durata di qualche secondo, dovrà allenare corpo e mente a usufruire di tutte le energie in un tempo ristrettissimo e subito al massimo livello possibile.

C'è chi è naturalmente dotato su entrambi i fronti per eccellere in una particolare attività, ma non si tratta certo della maggior parte degli sportivi. Infatti, abbiamo numerosi esempi di atleti fortissimi fisicamente e tecnicamente, ma che "perdono la testa" facilmente per la frustrazione di una giornata negativa o per una provocazione da parte dell'avversario o del pubblico. O viceversa, campioni che sono diventati tali grazie alle loro strategie nell'affrontare le gare o nel essere i "trascinatori" della squadra. Oppure ancora, quegli atleti che non riescono ad affermarsi a causa della loro intermittenza di rendimento durante la stessa prestazione o tra una performance e l'altra.

Un allenatore, per quanto preparato in ogni ambito, difficilmente da solo riuscirà a tenere sotto controllo tutti questi aspetti, che inevitabilmente vanno ad influire sulla prestazione del singolo e ancor di più della squadra. Ciò è quanto più vero tanto più si sale di livello, a causa delle maggiori pressioni a cui sono sottoposti sia l'allenatore che gli atleti. Infatti, soprattutto a livello professionistico, gli errori raramente sono di natura tecnica. Quasi sempre vengono causati dall’interferenza delle sensazioni, delle emozioni, dei pensieri e delle aspettative personali o altrui.

Per riuscire a sopportare tale peso, la maggior parte degli sportivi, allenatori, atleti, e addirittura supporters e spettatori, ricorrono a rituali propiziatori, al rispetto delle superstizioni, fino alle preghiere per scongiurare un esito negativo (Montano, Nardone, Sirovich, 2012). Ma non è certo questa la strada giusta per avere la certezza di eseguire prestazioni eccellenti ogniqualvolta decidiamo e necessitiamo di effettuarle.

A questo punto entra in gioco la Psicologia dello Sport e la Scienza della Performance Sportiva utili da affiancare all'allenamento atletico, tecnico o tattico.

I principali ambiti su cui si focalizzano queste branche di intervento di mental training sono la pianificazione degli obiettivi, lo sviluppo della motivazione e dell'attenzione, la gestione delle difficoltà e dello stress.

Quindi, cosa fa in pratica lo Psicologo dello Sport, specialista nel miglioramento della Performance Sportiva?

Parte dalla definizione degli obiettivi, insieme all'allenatore e, se è presente, a tutto il team di professionisti che segue l'atleta o la squadra. Ovvero, determina oltre ai macro-obiettivi, come ad esempio la vittoria, i micro-obiettivi, molto più semplici da raggiungere a piccoli step. Infatti, se ponessimo come "unica meta" la vittoria, non potendo essere sempre ottenuta, andremmo incontro inesorabilmente a inutili frustrazioni, con conseguente calo di motivazione, di autostima e di autoefficacia.

Per evitare ciò, lo Psicologo dello Sport guida atleti e staff a puntare al miglioramento di tutti gli aspetti che compongono il gesto sportivo, stabilendo obiettivi a breve, medio e lungo termine, chiari e verificabili. Il miglioramento della prestazione, quindi, non sarà rappresentato unicamente dalla vittoria della gara, ma dalla presenza di miglioramenti rispetto alle prestazioni precedenti. Proprio il raggiungimento di ogni piccolo traguardo è una delle maggiori leve di auto-motivazione che permette di superare difficoltà e stress che nascono quando si pratica un'attività sportiva.

Collegandosi a questo concetto, è fondamentale per un mental trainer riuscire, attraverso la realizzazione dei sotto-obiettivi, ad aumentare il senso di autostima e autoefficacia dell'atleta per condurlo ad accrescere la sua motivazione. Essa rappresenta la spinta all'azione, la capacità di praticare un'attività con determinazione, con il fine ultimo di migliorare sempre più e di cercare sempre di conseguire la vittoria. La motivazione può essere di due tipi: intrinseca ed estrinseca. La prima corrisponde a trarre soddisfazione dal mettere in atto la prestazione stessa; la seconda corrisponde alla soddisfazione per le conferme ricevute dall'esterno, compagni, allenatore, società, pubblico. La motivazione intrinseca distingue il campione dall'atleta medio. Il campione è colui che ha massima fiducia nelle proprie capacità ed abilità e grazie a ciò mantiene sempre elevata la motivazione al successo.

Questo processo porta conseguentemente a mantenere elevata anche l'attenzione verso il compito, partendo dal micro-obiettivo (la corretta esecuzione del gesto tecnico) fino a raggiungere il macro-obiettivo (la vittoria finale). Per riuscire a farlo ogni atleta deve focalizzare l'attenzione sugli stimoli giusti al momento adeguato.

Tutto ciò diventa molto più semplice se riusciamo a scomporre allenamento o gara in sotto-obiettivi, per evitare che pensieri orientati solo alla vittoria finale possano sovrastare l'attenzione al dettaglio necessaria per svolgere correttamente i gesti tecnici e prendere le giuste decisioni in qualche millesimo di secondo, senza essere sopraffatti dall'ansia e dallo stress del risultato finale.

Un altro fondamentale aspetto di cui si deve occupare lo Psicologo dello Sport è la tanto discussa gestione dello stress e delle difficoltà, A questo punto è doveroso definire il concetto di stress. Esso rappresenta una percezione di inadeguatezza per uno squilibrio tra richiesta ambientale e risposta dell'organismo a tale richiesta (Selye, 1936). Questo squilibrio, finché rimane entro una certa soglia, viene definito eustress ed è fondamentale per l'apprendimento sia cognitivo che atletico in quanto, per imparare qualcosa di nuovo dobbiamo necessariamente metterci alla prova su un compito sconosciuto, quindi è un meccanismo positivo e utile per sviluppare l'attenzione e aumentare l'esperienza. Quando, invece, tale squilibrio supera la capacità massima del soggetto di far fronte alle difficoltà, non si otterrà più un apprendimento, ma una situazione negativa detta distress, ovvero un calo fisiologico di attenzione e un crollo della performance, qualunque essa sia mentale o fisica.

Potrà sembrare banale, ma consolidare durante tutto l'arco della stagione gli apprendimenti già avvenuti, quindi proporre esercizi semplici rispetto al livello, aumenta l'autostima e il senso di autoefficacia, grazie alla sicura realizzazione degli obiettivi e, inoltre, consente di avere una base solida su cui costruire i successivi apprendimenti. Allo stesso modo, è fondamentale in ogni allenamento proporre in continuazione stimoli nuovi, ma raggiungibili, per mantenere alta l'attenzione e il livello di eustress, che permetterà di procedere verso nuovi apprendimenti e consolidare le acquisizioni già avvenute. Tutto ciò faciliterà il compito dell'atleta, essendo già abituato a vivere situazioni sempre nuove e a doverle fronteggiare con processi naturali di problem solving.

Ma, ritornando all'affermazione di Aristotele, "Siamo quello che facciamo ripetutamente", un atleta o una squadra abituata ad affrontare tante gare sarà facilitata nell'affrontare le gare importanti rispetto a coloro che hanno poca esperienza "sul campo". Quindi, per consentire all'atleta o alla squadra di fronteggiare nel miglior modo possibile situazioni di difficoltà in gara dobbiamo garantire loro il maggior numero di competizioni possibile, sia di livello leggermente più alto per aumentare le difficoltà da fronteggiare, sia di livello leggermente più basso, per consolidare gli apprendimenti già presenti.

Infine è doveroso dichiarare che esistono innumerevoli strumenti strategici per sbloccare un atleta da un momento di impasse o migliorare le sue performance, ma devono essere necessariamente "cuciti addosso" alla persona e al contesto per essere davvero efficaci ed efficienti. Pertanto, sarebbe davvero impensabile nonché scorretto pretendere, in queste poche righe, di riuscire a descrivere tutti le innumerevoli applicazioni di un intervento strategico nell'ambito della psicologia dello sport e della scienza della performance sportiva.

Per approfondimenti