Bullismo: aggressivi si nasce, bulli si diventa

 

Bullismo

Con il termine bullismo si intende un particolare tipo di desiderio di intimidire, dominare, prevaricare un soggetto estremamente più debole, con la chiara volontà di arrecare danno direttamente o indirettamente

La vittima non è in grado di difendersi da sola. Mette in atto tutta una serie di risposte comportamentali tipiche come il calo dell’autostima e della motivazione che porta a saltare la scuola ed evitare tutti gli ambienti frequentati dal bullo. Tale condizione può aggravarsi fino all’insorgere di ansia, depressione, insonnia e attacchi di rabbia apparentemente immotivata. Solitamente si protrae a lungo nel tempo.

Non tutti gli atti aggressivi corrispondono a bullismo

Nel mestiere dell’adolescente e del pre-adolescente sono frequenti comportamenti aggressivi che rientrano in limiti ben definiti. Tali atteggiamenti non devono essere letti come manifestazioni di disagio, né come avvisaglia di future condotte violente.

Ovvero, rientra nella normalità mostrare impulsività nel rispondere, rivendicare la propria indipendenza, lottare per la definizione della propria identità, rifiutare le regole degli adulti e trasgredirle inevitabilmente. Tutto ciò rappresenta l’esigenza adattiva di mettersi alla prova per l’affermazione di sé.

La violenza è precisamente questo: l’aggressività fuori controllo, una perdita di controllo che si traduce in un’aggressività ipertrofica. Sanmartìn

Pertanto, il problema si presenta quando l’aggressività perde il suo significato evolutivo e diventa pericolosa.

Quali tipi di aggressività esistono?

Sono stati distinti due tipi di pattern aggressivo:

  1. impulsivo-reattivo-ostile-affettivo;
  2. controllato-proattivo-strumentale-predatorio.

Spiegati in altri termini:

  1. aggressività reattiva: un momento di rabbia impulsiva e transitoria durante il quale, per esempio, l’adolescente colpisce con un pugno una porta;
  2. aggressività predatoria: atto di prevaricazione volontaria ed intenzionale rivolto ad un individuo più debole, sotto il completo controllo di sé, della situazione e del danno arrecato all’altro.

E’ violenza tutto ciò che implica un’azione volontaria e intenzionale (o una non-azione intenzionale) che genera un deliberato danno o lesione. Hardy ,Laszloffy

Da gruppo funzionale a branco disfunzionale

Dai fatti di cronaca (purtroppo sempre più frequenti) si evince che il bullo raramente è un lupo solitario, ma agisce con il supporto del gruppo di appartenenza. Quando si dice, l’unione fa la forza.

Ci sono eroi nel male come nel bene. François de La Rochefoucauld

Il gruppo dei pari non deve essere demonizzato. Infatti, ha una funzione evolutiva fondamentale, in quanto facilita la gradualità nel raggiungimento dell’indipendenza dai genitori e permettere la strutturazione di un’identità sociale e sessuale. Può capitare, però, che il gruppo si trasformi in branco. Più precisamente, in un’aggregazione patologica (Muratori, 2005), nella quale non c’è più limite tra pensiero di violenza e comportamento concreto.

Come si sfocia in questa frenesia compulsiva durante la quale tutto sembra lecito

L’aggressività nasce per gioco e aumenta fino a ferire o uccidere, senza un motivo valido.

La violenza si sviluppa all’interno del branco come un vortice inarrestabile che travolge il senso di responsabilità individuale. Questo è un fenomeno noto il psicologia sociale: quando la violenza è agita come insieme di persone, il principio morale individuale lascia spazio all’identità di gruppo, inibendo la “sanzione” insita in ognuno di noi.

Albert Bandura lo descrive come disimpegno morale: comportamenti riprovevoli sono giustificati dal conseguimento di ideali superiori (politica, tifoserie).

La condivisione di un comportamento ne attenua la connotazione negativa. Inoltre, il dislocamento e la diffusione delle responsabilità, conduce alla credenza che “se tutti sono responsabili, allora nessuno è responsabile”. Tutto ciò porta a non considerare le conseguenze e a deumanizzare la vittima, alla quale i bulli attribuiscono la colpa di aver innescato la spirale di violenza con atti provocatori nei loro confronti.

In questo teatro di violenza, si esprime il cosiddetto “effetto Lucifero” (Zimbardo, 2007): quando si inizia a interpretare un ruolo all’interno di un gruppo, si ha la totale identificazione con quel personaggio.

Questo effetto è stato studiato mediante l’“esperimento carcerario di Stanford”. A un gruppo di studenti fu assegnato il ruolo di “guardie”. Ad un altro gruppo il ruolo di “detenuti”, all’interno di un carcere. Dopo una settimana gli sperimentatori furono costretti a interrompere l’esperimento perché persone “normali” si erano trasformate concretamente nella “maschera” che indossavano: secondini esageratamente aggressivi e carcerati assolutamente ingestibili.

Effetto dei mass media e cyberbullismo

L’attenzione mediatica massiva su tali comportamenti e sui dettagli delle aggressioni, li rende possibili da mettere in atto. In altre parole, i futuri bulli si sentono giustificati dalla responsabilità condivisa anche se non conoscono personalmente gli aggressori protagonisti del servizio nel telegiornale o nel web. Una sorta di “Effetto Werther 2.0”. Del resto, l’enfatizzazione dei media li rende eroi negativi, ma pur sempre eroi.

Tutto ciò è elevato all’infinito attraverso il cyberbullismo. L’interattività senza limiti è uno strumento potentissimo e come tale produce effetti benefici o deleteri a seconda dell’uso che se ne fa. Le vittime di queste forme di violenza spesso cadono in stati depressogeni talmente profondi e gravi da non avere altra soluzione che il suicidio. Ne sono esempi le numerose “giovani donne” che, non sopportando la vergogna e l’umiliazione, si sono uccise dopo che alcuni loro video personali erano stati condivisi online.

Soluzioni (apparentemente) semplici per affrontare un bullo

Le strategie (fallimentari) che più frequentemente adottano gli adulti sono richiedere al ragazzo di cambiare atteggiamento oppure optare per interventi repressivi. Pertanto, violenza contro violenza.

Se analizziamo attentamente il meccanismo di funzionamento del bullo vediamo che i suoi comportamenti devianti appaiono quando non è al centro dell’attenzione. Un altro caso si presenta quando essendo più dotato dei pari si annoia nelle attività che, al contrario, interessano gli altri. In definitiva, c’è sempre un’attenzione inadeguata alle sue necessità.

Pertanto, una soluzione che produce presto i suoi effetti positivi è dare un ruolo importante al bullo, farlo sentire utile e necessario per la classe, per esempio. Delle responsabilità conferitegli, dovrà rendere conto direttamente all’insegnate o meglio al dirigente scolastico. Così facendo si ottiene la rottura del precedente equilibrio patologico.

Il bullo impara che usando la propria forza in chiave positiva ottiene attenzioni reali, appaganti, piacevoli e molto più vantaggiose. Strategicamente facciamo salire il nemico in soffitta per togliere la scala.

Se non accettasse tale ruolo, si deve scegliere un ragazzo più forte di lui che protegga la vittima, per passare il messaggio che lui (il bullo) non è il più potente del gruppo.

Nell’ambito familiare la soluzione più efficace ed efficiente è il rifiuto emotivo. Ovvero, se il figlio attua dei comportamenti aggressivi deve essere allontanato finché non torna lucido e calmo. Se lui non si allontana, sono i componenti della famiglia a lasciarlo solo finché non si tranquillizza.

Queste soluzioni generali funzionano. Non dimentichiamo, però, che ogni situazione va valutata singolarmente per analizzare le dinamiche relazionali e sistemiche che influenzano il problema.

L’approccio Breve Strategico all’aggressività adolescenziale è funzionale sia in ottica di soluzione, che di prevenzione del bullismo.

E se diventi farfalla nessuno pensa più a ciò che è stato quando strisciavi per terra e non volevi le ali.
Alda Merini

Per approfondimenti:

Dott.ssa Chiara Nardone

Dott.ssa Chiara Nardone

Psicologa Psicoterapeuta specialista in Terapia Breve Strategica, Comunicazione, Problem Solving e Coaching Strategico

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